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Il temporale


di Membro VIP di Annunci69.it Tony_redx
19.05.2026    |    1.808    |    1 9.4
"Mi capita raramente di smettere di pensare, ma in certi momenti, quando il corpo prende il comando e tu ti accorgi che hai fatto tutto il lavoro nelle ore precedenti, hai preparato il terreno, ..."
Il temporale (versione di Serena)
Quella mattina di maggio mi ero svegliata presto, come faccio sempre, e avevo fatto la mia ora di pratica sul tappetino nel soggiorno mentre Franco era ancora a letto. C'era una luce pulita, tagliente, di quelle che mi mettono di buon umore a prescindere. La temperatura nel soggiorno era ideale, un po’ più fresco delle medie stagionali sulle prime alture dell’Appennino Tosco-Emiliano. Avevo impastato i biscotti al cardamomo intorno alle nove, dopo essermi fatta una doccia rilassante e li avevo lasciati a lievitare sul piano della cucina coperti da un canovaccio di lino.
Poi il cielo è cambiato. Ho sentito il vento prima di vederlo. Da queste parti i temporali di maggio si annunciano così, con un cambio di pressione che ti arriva nelle ossa prima che nelle nuvole. Sono uscita sul balcone a chiudere le persiane del lato sud, notando un temporale che proveniva dall’Appennino e mentre lo facevo ho visto due figure in abbigliamento tecnico spingere le biciclette per il viale provenire da est. Uno era più alto e magro, un metro e ottanta circa, capelli scuri appiccicati alla fronte, di quei fisici longilinei magri. L'altro più basso di qualche centimetro, più compatto, con le spalle e le braccia di uno che non vive solo di gambe, castano chiaro sembra, qualcosa di solare nell'impasto. Erano fradici e ridevano, mentre raggiungevano la nostra casa. Sentii una di quelle risate nervose che fanno gli uomini quando non sanno bene dove sono finiti, ma si divertono comunque.
Sono rimasta un secondo a guardarli prima di uscire. Era da un po' che non capitava una sorpresa così, una di quelle cose che la giornata ti porta senza chiedere il permesso.
Franco era in cucina e aveva sentito anche lui. Mi ha guardato sopra la tazza con quel mezzo sorriso che gli viene quando intuisce dove sta andando una cosa prima ancora che inizi. Non ci diciamo niente, in questi momenti. Ci conosciamo abbastanza.
«Vado io», ho detto.
Ho aperto la porta e Franco mi ha seguito a pochi passi. Era curioso e faticava a trattenersi. Erano sotto al balcone, gocciolanti, e quando mi hanno vista hanno fatto entrambi quel piccolo sussulto che fanno gli uomini educati quando una donna apre una porta a sorpresa. Il più alto si è scusato per primo, l'altro ha cominciato a spiegare la storia della foratura e della bomboletta. Parlavano tutti e due, accavallandosi, emozionati e in vistoso imbarazzo.
«Entrate, entrate, vi ammalate lì sotto», ho detto, e li ho fatti accomodare in soggiorno, sgocciolanti sul cotto dell’ingresso. Mi piace come si comportano gli uomini quando sono in difficoltà: perdono la maschera per qualche minuto, e si può vedere come sono fatti davvero. Quello alto, Davide, era più sveglio nel parlare ma più impacciato nel corpo: un moro elegante, occhi marroni grandi, di quelli che ti guardano un istante più del necessario e poi si distraggono. Elegante nei modi, mani lunghe delicate e affusolate. Pensai subito a come sarebbe stato averle sul mio corpo e arrossii, ma non si accorse di nulla. L'altro, Marco, parlava meno, ma occupava lo spazio in un altro modo. Guardava i soffitti prima delle persone, notava tutto. Aveva due occhi azzurri molto chiari che spiccavano sulla pelle abbronzata e una bocca disegnata bene, una di quelle bocche che ti danno l'idea di come bacia uno prima ancora di averlo visto baciare nessuno.
L'ho registrato e l'ho lasciato lì. Si fa così, alla mia età. Non si scarta niente, non si afferra niente. Si lascia che le cose decantino e si vede.
Sono andata a prendere un paio di accappatoi della piscina. Ne tengo sempre alcuni bianchi di spugna pesante in un vano dell'armadio del corridoio, quelli che uso per gli ospiti della casa vacanze nel caso la piscina sia operativa. Mentre li tiravo giù ho sentito Franco che parlava con loro di sotto, della casa, della professione. Franco è bravo con gli ospiti. Li mette a loro agio senza nemmeno provarci.
Quando sono scesa, ho deciso io cosa fare. Lo decido sempre io, in queste cose, e Franco lo sa e gli piace così. Doccia calda di sopra, vestiti in lavasciuga, qualcosa da mangiare e da bere mentre aspettano. È il copione che facciamo ogni volta che un ospite ha bisogno di noi: turisti delle case vacanze, amici di passaggio, e qualcuno che il cielo ci manda direttamente sotto il balcone, come oggi questi due ciclisti fradici.
Li ho accompagnati di sopra. Mentre salivamo le scale ho sentito i loro occhi sulla mia schiena, sui pantaloni di lino, sulla spalla scoperta dove la maglia mi scivola. Non mi sono voltata. Una donna sa quando è guardata, non c'è bisogno di controllare. Mi è piaciuto sentirlo, ho registrato anche quello. Devo ammettere che questi momenti in cui mi fingo indifferente a tutti e tutto, mi piacciono molto.
Nella stanza degli ospiti ho dato le istruzioni rapide: gli asciugamani, il sapone, prendetevi il vostro tempo. Poi, prima di uscire, ho indicato il mobiletto bianco e ho detto loro di lasciarci sopra tutto, di togliersi tutto, sennò non si cambiavano per niente.
L'ho detto con il tono che usavo con Alice quando aveva quindici anni e doveva fare le cose senza discutere. Sapevo perfettamente cosa stavo dicendo. Si sono guardati per mezzo secondo, e quel mezzo secondo era già una conferma. Sono uscita chiudendo la porta piano dietro di me, e mentre scendevo le scale ho sentito la pelle dietro il collo che si scaldava di quel calore preciso che conosco bene, quello che mi parte sempre dalla nuca quando una cosa sta cominciando.
Franco era sulla veranda, era visibilmente eccitato e aveva acceso il camino nell’attesa, non perché servisse il calduccio, ma perché gli piaceva il rituale, era l'atmosfera che creava che gli piaceva. Si era anche sbottonato un altro bottone della camicia, ma in verità io assaporavo già la mia punizione e il mio occhio cadeva sul suo pantaloncino, che mostrava un bel rigonfiamento, difficile da nascondere. Quando l'ho passato gli ho dato un colpetto sul fianco e lui ha riso piano, senza alzare gli occhi. Adoro questi momenti.
«Belli», ha detto, soltanto questo.
«Sì.»
«Quale?»
«Tutti e due, credo. Ma quello con la bocca, magari.»
«Ah, Marco ottima scelta!»
Ha annuito, ha bevuto un sorso di tè, e ha continuato a guardare la pioggia. Negli anni abbiamo imparato a parlarci così, con due parole alla volta. Non c'è bisogno di altro.
Sono andata a controllare i biscotti. Erano pronti, dorati al punto giusto, quel profumo di burro e cardamomo che riempie tutta la casa. Ho preparato il vassoio: teiera, quattro tazze di ceramica spessa che ho comprato in un mercatino, il piatto coperto col tovagliolo di lino. Mentre lo facevo ho pensato che questa è una delle cose che mi piacciono di più della mia vita adesso: il poter preparare le cose con calma, senza ansia, senza dover correre da nessuna parte. Per quindici anni in agenzia di comunicazione ho fatto tutto di corsa. Adesso faccio tutto piano. È stata una conquista, e ogni volta che apparecchio un vassoio così mi sembra di celebrarla.
Sono scesi dopo un po', a piedi nudi, in accappatoio. Avevano quell'aria che hanno gli uomini quando sono freschi di doccia e non sanno cosa fare delle proprie mani. Avrei voluto baciarli subito, ma desideravo una salita lenta della confidenza, non volevo sembrare assatanata e soprattutto amavo giocare in quei frangenti. Marco aveva i capelli un po' più scuri da bagnati, e l'accappatoio gli scendeva male dalla spalla.
Entrambi erano molto attenti a nascondere l’erezione evidente. Davide rideva di qualcosa, forse di niente. Chissà.
Li ho fatti sedere e ho versato il tè. Quando ho dato la tazza a Marco gli ho guardato il petto un secondo: l'accappatoio si era aperto leggermente, in verità erano un po’ piccoli per loro, e ho visto la linea dello sterno e due bei pettorali di qualcuno che li esercita ogni tanto. Ha capito che avevo guardato con attenzione quella parte del suo corpo. Non ha distolto gli occhi, volevo stuzzicare Marco. Alzare un pochino il livello di tensione mi piace.
Franco ha cominciato a fare quello che fa sempre con gli ospiti nuovi, cioè a metterli a loro agio facendo domande mirate. Ha chiesto a Marco e Davide di cosa si occupassero, di che studio fossero, cosa gli piaceva della nostra casa. È venuto fuori che sono architetti e si occupavano molto di ristrutturazioni di case antiche. Avevano tre cantieri in zona collinare modenese e reggiana. Franco si è illuminato come si illumina lui, di quella luce trattenuta che gli viene quando una cosa lo interessa davvero.
«Allora siete della razza giusta», ha detto. «Mia figlia ha appena iniziato architettura a Venezia, allo IUAV. Primo anno.»
«Tua?», ha chiesto Davide.
«Di Serena. Ma in casa la chiamiamo sempre nostra. Si chiama Alice, ha diciannove anni e vive con suo padre a Mestre, per stare vicina alla facoltà.»
Mi è piaciuto come l'ha detto. La chiamiamo sempre nostra. È una frase piccola, ma è il modo in cui Franco ha tenuto mia figlia nella sua vita anche quando non c'era da occuparsene davvero, quando la vita per me e lei era complicata ed ero sola. La penso anche adesso che è lontana. È una di quelle cose per cui gli vorrei bene anche se non lo amassi.
«Questa casa», ho detto, «l'abbiamo ristrutturata insieme noi tre. Cioè, gli architetti veri li avevamo, eh. Però Alice ha seguito un sacco di scelte. Le piastrelle del bagno, l'altezza dei davanzali, le docce, il colore degli intonaci. Aveva diciassette anni e ancora non sapeva nulla di tecnica, ma sapeva quello che voleva. È venuta più di una volta in cantiere a discutere con i muratori. Una volta gli ha fatto rifare un'intera parete perché si era convinta che la luce non entrava nel modo giusto. Aveva ragione, fra l'altro.»
Davide ha riso. «Quella sì che è la stoffa giusta.»
«È la stoffa di chi ha deciso prima di sapere il perché», ha detto Marco. «Quella non si insegna.»
L'ho guardato. Era una frase precisa, di una persona che sa cosa intende. Mi sono accorta che mi piaceva sempre di più, e che il come mi piaceva era diverso dal solito. Franco se ne è accorto, lo so che se ne è accorto, perché ha sollevato il tovagliolo dal piatto dei biscotti senza commentare niente e ne ha offerto uno a Marco per primo.
«Provateli», ha detto. «Mia moglie quando li fa, li fa con l'intenzione.»
«Cosa vuol dire?», ha chiesto Davide.
«Vuol dire che ci mette dentro burro vero, mandorle vere, e zucchero che non risparmia. Da medico dovrei dirvi di mangiarne uno e basta. Ma il fatto è che il cardamomo è termogenico, le mandorle sono cardioprotettive, e il fiore d'arancio sui ricettari antichi era considerato un blando sedativo. Quindi se uno se ne mangia tre, scientificamente parlando, sta facendo prevenzione cardiovascolare e gestione dello stress. Lo dico ai pazienti, e funziona. Nessuno mi crede, ma funziona» e rise divertito.
«Quindi tu prescrivi i biscotti di tua moglie», ha detto Davide ridendo.
«Quando posso, sì. Non li trovi in farmacia, però.»
Marco aveva già mangiato il primo. Ha chiuso gli occhi un secondo al morso, esattamente come fanno tutti quelli che li assaggiano la prima volta. Ha aperto gli occhi e mi ha guardato.
«Marco», ho detto. «Hai una bella bocca. Mi piace molto il taglio degli occhi, ma credo te l’abbiano già svelato altre volte.»
L'ho detto perché era vero e perché mi andava di dirlo. Lo dico spesso, agli uomini che mi piacciono. La maggior parte delle donne pensa che sia una mossa azzardata, e invece è la più semplice del mondo: dire ad alta voce quello che si pensa, senza giri. Funziona quasi sempre, e quando non funziona vuol dire che non era il caso comunque.
Marco è arrossito un po', non tanto. Davide ha fatto una risata soffocata nel tè, e Franco, Franco non ha alzato gli occhi dalla tazza, e quel suo non alzare gli occhi era un mezzo sorriso.
Da lì in poi è stata una conversazione lenta, di quelle che procedono per piccoli affondi. Ho parlato dello yoga, della casa, dei biscotti, di Francesca la mia allieva prediletta. Ho lasciato cadere qualche frase più carica, la torta della nonna, le feste in piscina, gli ospiti che tornano, non per essere esplicita ma per vedere come la prendevano. La prendevano bene. Tutti e due. Anche se in modo diverso: Davide si appoggiava più ai miei occhi, Marco alle mie mani.
A un certo punto ho deciso che era ora. Forse la conversazione stava iniziando ad essere banale. Lo si capisce dal corpo, da come l'aria si fa più densa e i respiri si accorciano un po'. Ho posato la tazza e ho chiesto loro di salire con me, ho usato la scusa della stanza che volevo modificare, due architetti, non mi veniva niente di meglio. Una scusa trasparente, sapevamo tutti e tre che era una scusa, e anche Franco lo sapeva. Si è limitato ad alzare la tazza nella nostra direzione, un piccolo brindisi muto, e a tornare a guardare la pioggia, facendo il falso indifferente.
Lo amo per quel gesto. Lo amo per tante cose, ma soprattutto per quello. Adora far sospettare i candidati e non sbilanciarsi prima che la situazione diventi esplicita.
In camera ho chiuso la porta dietro di me e mi ci sono appoggiata con la schiena. Mi è venuto naturale. Avevo bisogno di un secondo per sentire il legno contro le scapole, per ancorarmi, un rivolo di eccitazione mi stava già scendendo all’interno di una coscia. In questi casi mi sento una lumachina. Mi capita quando sono vicina a lasciarmi andare completamente. Ho detto: «Non vi ho portati qui per farvi vedere la stanza. Lo sapete, vero?»
Marco era in piedi vicino alla finestra. Gli ho dato due accappatoi veramente piccoli. Sono veramente diabolica lo ammetto. Erano entrambi intenti a nascondere l’erezione dirompente che avevano in corso da mezz’ora almeno. Davide seduto sul bordo del letto, con le mani in grembo come un bambino in chiesa. Bellissimi tutti e due, in quel modo un po' impacciato che hanno gli uomini quando capiscono che una cosa sta per succedere e devono solo lasciarsi guidare.
Hanno detto sì. Prima Davide, poi Marco. Ognuno con la propria voce. Ognuno a suo modo.
Mi sono tirata la maglia sopra la testa. È un gesto che faccio sempre allo stesso modo, una decisione presa nel corpo prima che nella testa. Sotto non avevo niente, è raro che porti il reggiseno in casa. Mi sono sfilata anche i pantaloni di lino, ormai compromessi dalla mia eccitazione, in un movimento solo. Sono rimasta in mezzo alla stanza scalza sul tappeto persiano, nuda, sentendo la pelle di tutto il corpo che si svegliava all'aria fresca della pioggia che entrava dalla finestra socchiusa a vasistas. Ero molto eccitata. Mi piace cuocere i miei ospiti, portarli al punto giusto piano, e questo è il momento che adoro di più. In quella stanza in quel momento mi presi il tempo necessario per assaporare quello che sarebbe successo da lì a poco. Ogni secondo in cui non facevo nulla, semplicemente osservavo il linguaggio del loro corpo, era carico di eccitazione ulteriore per l’aspettativa, probabilmente non solo per me.
Sono andata prima da Davide. Forse perché era il più nervoso, forse perché volevo lasciare Marco a maturare un altro minuto, un po’ sadicamente. Gli ho sciolto il nodo dell'accappatoio con un gesto solo, gliel'ho fatto scivolare via, e l'ho baciato. Con la mano sinistra gli ho dato una bella palpata al sedere. Stavo pianificando questa cosa da qualche minuto. È una cosa che mi piace, baciare un uomo per la prima volta: la sorpresa di scoprire come ha la bocca, il sapore, se è frettoloso o paziente, se sa stare o se vuole arrivare subito da qualche parte. Davide era paziente. Mi è piaciuto.
Poi sono andata da Marco. Gli ho messo una mano sulla nuca, ho preso un attimo per guardarlo da vicino. Gli ho appoggiato i capezzoli sul torace, e mi è piaciuto. Gli occhi azzurri non sono del mio tipo uomo, di solito vado sui bruni, sugli uomini che assomigliano alla terra da cui vengo. Su di lui invece funzionavano in un modo diverso, come se qualcuno mi avesse messo davanti un'eccezione fatta apposta per me. L'ho baciato e ho sentito che aveva proprio la bocca che pensavo, calda, con un'attenzione precisa. Gli ho detto all'orecchio che avrei passato la giornata a baciarla, quella bocca. L'ho pensato davvero.
Da quel momento in poi mi sono lasciata andare. Mi capita raramente di smettere di pensare, ma in certi momenti, quando il corpo prende il comando e tu ti accorgi che hai fatto tutto il lavoro nelle ore precedenti, hai preparato il terreno, hai detto le cose giuste, hai aperto le porte giuste, allora puoi anche solo stare. È quello che chiamo, scherzando, lo yoga delle cose che contano.
Mi sono distesa sul letto in mezzo. Loro si sono messi simmetrici, uno per lato. È stata una loro intuizione, e mi ha commosso. Due uomini che ti desiderano dallo stesso punto senza farsi la guerra sono una cosa rara, e quando capita è perché c'è qualcosa di pulito fra loro che la donna in mezzo non ha messo lì, c'era già. Si vedeva che si conoscevano da una vita. Si vedeva anche che ognuno dei due aveva pensato all'altro almeno una volta, in passato, e l'aveva lasciato passare. Le cose lasciate passare a volte fanno più rumore di quelle prese.
La porta si è aperta a un certo punto, pianissimo, delicatamente. Franco. L’aspettavo, e finalmente eccolo, la mia eccitazione si poteva estendere ulteriormente. Non ha detto niente, è venuto da me e mi ha sfiorato la caviglia con due dita. È il nostro saluto. Significa sono qui, ti vedo, non sono in nessun altro posto, questo è il nostro momento. È andato a sedersi sulla poltrona vicino alla finestra. Da lì avrebbe potuto vederci tutti. Ho sentito che era già eccitato, lo sento sempre, è una di quelle cose che si imparano in tredici anni.
Adoro vederlo eccitato, adoro quando perde un po’ il controllo e si lascia andare.
Marco ha visto Franco e ha avuto un secondo di esitazione. Gli ho preso il viso fra le mani e gli ho detto piano va bene così, gli piace. È stato sufficiente.
Mi è venuto sopra Marco per primo, e ho deciso io di prenderlo dentro così, senza preliminari di mezzo, avevo già atteso abbastanza. Volevo solo per sentire come stava. È una cosa che faccio quando un uomo mi piace molto, lo prendo subito per capire che ritmo ha. Marco aveva un buon ritmo. Profondo, attento, con i fianchi che sapevano aspettare. Ho inarcato la schiena alla prima discesa: non era una posa, era proprio il corpo che reagiva. Ho fatto un suono che non controllavo del tutto. È un buon segno quando succede, vuol dire che non stai recitando niente. Avrei voluto prima assaporarlo meglio, ma mi sono riproposta di vederlo in seguito, senza Davide, solo con Franco.
Davide mi accarezzava la schiena da dietro, mi baciava la spalla. A un certo punto è sceso più giù e ho sentito la sua lingua dove non me l'aspettavo, e ho dovuto stringere le braccia di Marco per non muovermi troppo.
La sua lingua lì, con Marco dentro ha accelerato la mia condizione di eccitazione estrema. Davide ha avuto un'intuizione precisa, quella di non aver fretta, di prendersi il tempo di farmi sentire una cosa nuova mentre l'altra era già in corso. In verità spaziava abbastanza, scendeva e probabilmente qualche leccata al cazzo di Marco gliela avrà mollata. Chissà questi due che storia hanno. Ma va bene così.
Franco, intanto, si era tolto i pantaloni. L'ho visto con la coda dell'occhio, l'ho riconosciuto dal rumore minimo che fa il suo polso quando si tocca. Si tocca sempre nello stesso modo, con una calma che non ha niente di urgente, rimandare il momento è importante per lui. Allunga sempre il più possibile. Franco non si masturba per arrivare in queste situazioni, si masturba per accompagnare. È una cosa che ho imparato a leggere negli anni. Quando rallenta, sta dicendo aspetto te. Quando accelera, sta dicendo adesso voglio venire con te. È un dialogo silenzioso che facciamo da tredici anni, e ogni volta mi commuove.
Ho cambiato Marco con Davide, perché Davide era pronto e Marco invece sentivo che stava per esplodere. Sarebbe stato un peccato. Volevo godermi ancora questo momento.
Il cambio eccita molto Franco, sempre.
Davide è entrato con un altro ritmo, più trattenuto, più ragionato. Mi piaceva anche quello. Marco si era messo accanto a me, mi baciava la bocca mentre Davide mi prendeva e io tenevo Marco per mano e gli dicevo cose che non mi ero mai sentita dire, parole semplici come brava, così, vieni qui, parole che a un certo punto non sai più se sei tu a dirle o se le dice il momento attraverso di te. Ho adorato quelle parole.
Davide aveva un ritmo lento, ma ad ogni affondo dopo poco ero tutta un brivido. Quel ritmo lento e quella delicatezza mi stava facendo impazzire.
Ho guardato Franco di sbieco, e lui aveva gli occhi socchiusi. Era a un soffio. Gli ho detto soltanto amore, una parola sola, ed è venuto in silenzio, con un sospiro lungo che ho sentito per intero, come se fosse passato attraverso di me prima di uscire da lui.
Quella è stata la fine del mio controllo. Sentire Franco venire mentre Davide me lo spingeva come mi piaceva e Marco mi baciava la tempia è stata una di quelle cose che mi attraversano tutta e mi fanno serrare ogni muscolo del bacino. Sono venuta in un modo lungo, profondo, con gli spasmi che non finivano e una specie di gemito basso che mi è uscito dalla gola senza chiedere permesso. Marco mi stringeva la mano fortissimo, e Davide poco dopo si è tirato fuori giusto in tempo o quasi. È venuto sul mio ventre con un getto lungo, generoso, di quelli che sorprendono chi li riceve e chi li fa. Uno dei primi schizzi mi ha preso più in alto di quanto si aspettasse: sul mento, sul labbro, un po' sulla guancia, non so fin dove sia arrivato di preciso. Caldo e potente. Ho riso piano, con gli occhi ancora socchiusi, e ho fatto la cosa che mi è venuta da fare: ho passato la lingua sul labbro inferiore e ho assaggiato. Salato, vagamente amaro sotto, denso. Il sapore di un uomo che è stato bene, che lo dice il corpo prima che lo dica lui.
Il momento in cui un uomo viene lo adoro. Davide mi guardava da sopra come un bambino che ha rotto un bicchiere, mezzo dispiaciuto e mezzo orgoglioso, e gli ho sorriso, perché non c'era niente da scusarsi. Era una cosa che avevo sentito tutta, dall'inizio alla fine, e me la sono tenuta così com'era.
Marco non era ancora venuto. Forse speravo che mi venisse addosso, così avremmo avuto il momento più intenso tutti assieme. Me ne sono accorta subito, dal modo in cui mi guardava: felice ma in sospeso. L'ho tirato sopra di me con una tenerezza che non avevo programmato, gli ho detto vieni adesso, vieni dentro, e l'ho tenuto stretto mentre veniva con la fronte appoggiata alla mia. È durato pochi secondi, ma li ho voluti tutti. L’ho sentito volentieri venire dentro di me, era da quando l’avevo accolto sotto al balcone che lo volevo.
Siamo rimasti immobili per un po'. Marco aveva la fronte sudata contro la mia tempia, Davide era crollato su un fianco e respirava come dopo uno scatto in salita. Franco si è alzato dalla poltrona, è venuto al letto, mi ha baciata sulla fronte come fa lui, con quella calma di chi torna a casa la sera, e ha detto che andava a mettere su dell'altro tè.
È uscito.
Sono rimasta in mezzo a quei due ragazzi (li chiamo ragazzi, ma hanno la mia età o poco meno, è solo che gli uomini in abbigliamento tecnico rimangono sempre un po' ragazzi nella testa di una donna), con il cuore che rallentava, e ho pensato, questo lo penso quasi sempre dopo, che la vita a volte è più generosa di quello che meriti, e l'unica cosa da fare è non sprecarla.
Mi sono tirata su a sedere, ho guardato prima uno e poi l'altro. Volevo dire qualcosa di leggero, perché il dopo è la parte più delicata. Una donna che ha appena fatto l'amore con due uomini contemporaneamente può perderli entrambi in trenta secondi se non sa chiudere la scena nel modo giusto. Ho chiesto se erano stati buoni i biscotti. Hanno riso tutti e due, ed era esattamente quello che volevo.
Ho promesso loro che li avrei rivisti: una festa in piscina più avanti, ho detto, una di quelle nostre. E a Marco, perché lui mi piaceva più di tutti, in un modo che avevo già capito mentre versavo il tè, ho detto che lo volevo a una mia lezione di yoga, che gli avrei presentato Francesca per ingolosirlo un po'. Era vero. Avevo già in mente come metterli vicini sul tappetino, come fargli sentire Francesca senza che lui sapesse di sentirla. Avevo anche in mente di continuare a vedere Marco da sola, ogni tanto con Franco. Era una di quelle cose che si capiscono subito, quando si capiscono. Una di quelle compatibilità che si gestiscono senza disturbare niente, perché Franco l'avrebbe accettata senza nemmeno chiedere: lui le mie storie le sente nella pelle prima ancora che gliele racconti, e quelle che mi fanno bene lui le riconosce.
Mi sono alzata, li ho baciati entrambi sulla bocca, e sono andata a fare la doccia.
Sotto l'acqua calda ho pensato ad Alice. Mi viene sempre da pensare a lei nei momenti più strani. Le ho mandato un messaggio prima di scendere: Tutto bene amore? Studia. Mi ha risposto subito, Tutto bene ma', con la apostrofo come fa lei. È a Mestre da due anni adesso, e ogni volta che mi risponde così sento una piccola fitta, la stessa di sempre, quella che mi rimase il giorno in cui scelse di andare a vivere con Daniele e la sua nuova compagna. È una fitta che ho imparato a tenere senza farmi rovinare il pomeriggio.
Mi sono asciugata davanti allo specchio appannato mentre mi guardavo con attenzione. C'è quella cosa che mi piace fare nei minuti dopo, e che non ho mai detto a nessuno: mi guardo in faccia e vedo se sono diversa. Quasi sempre no. Una volta su dieci sì, e quelle sono le volte in cui la cosa ha contato davvero. Quella mattina, nello specchio, c'era una donna leggermente arrossata sulle guance e con gli occhi che brillavano più del solito. Una di quelle volte sì, ho pensato. Mi sono pettinata con le dita, niente trucco, una goccia di olio di mandorle sulle braccia che è la cosa che faccio sempre dopo lo yoga e dopo il sesso. Ho indossato un altro paio di pantaloni di lino, beige stavolta, e una maglia di cotone leggera, blu notte, con il collo che cade da una spalla. Non porto reggiseno mai, in casa. Ho passato un dito sulla bocca e il sapore di Davide era ancora lì sotto, in fondo, una traccia minima, sotto il dentifricio che avevo usato. Mi ha fatto sorridere, mi ha fatto sentire un po' zoccola, e mi stava bene così. Non per nostalgia, per riconoscimento.
I saluti
Sono scesa scalza sulle scale di cotto. La pioggia era diventata pioggerella, e dalle finestre arrivava quell'odore di terra bagnata che fa solo la campagna in maggio, un odore che da quando vivo qui mi entra nel petto come se fosse sempre stato il mio.
Ho sentito i passi sulle scale dietro di me, Davide che diceva qualcosa a Marco e Marco che rispondeva piano. Erano risaliti per rivestirsi mentre io ero in doccia, e adesso scendevano nei loro vestiti finalmente asciutti. Avevano le voci di due uomini che hanno fatto qualcosa di buono e non vogliono ancora dirsi cosa. Le conosco bene, quelle voci, le ho sentite altre volte in altre coppie di amici che sono passati di qua. Uno dei due sarebbe tornato, l'altro no. Lo sapevo già allora, sentendoli sulle scale, ed è una di quelle cose che si capiscono dalla cadenza dei passi, non da nient'altro.
Quando sono entrati in cucina, Marco si era ravviato i capelli con le mani come fa lui (l'avevo già visto fare nei dieci minuti del tè). Stavano bene tutti e due, asciutti, puliti, con quell'aria di gratitudine che a me commuove sempre.
Ho preso un mio biglietto da visita dal cassetto della credenza e l'ho dato a Marco. Per la lezione di yoga, ho detto, e gli ho strizzato l'occhio appena. Lui ha annuito serio, come se si stesse iscrivendo davvero a un corso. È una cosa che mi piace di lui, quella serietà che ha addosso anche quando capisce benissimo che si sta dicendo dell'altro.
Sono andati a recuperare le biciclette dal balcone, dove le avevamo appoggiate la mattina presto, in un'altra vita. Franco è sceso in cantina e ha tirato fuori la sua vecchia pompa a pedale, di quelle a stantuffo lungo, e ha gonfiato lui stesso la ruota di Marco mentre io stavo sull'uscio a guardarli. C'era qualcosa di buffo e di tenero in quel gesto, il medico di famiglia di cinquantatré anni inginocchiato sulla ghiaia che gonfia la gomma di un uomo con cui sua moglie è andata a letto un'ora prima. Si parlavano del giro di ritorno, di una strada bianca che era meglio evitare perché si sarebbe trasformata in fanghiglia. Erano due uomini, due adulti, due persone con i loro mestieri e le loro storie, ed è esattamente così che dovrebbe funzionare il mondo, ho pensato, con questa naturalezza qui.
Ci siamo salutati al cancello. Ho baciato Davide sulla bocca, brevemente, e Marco un secondo di più, perché mi andava. Franco ha stretto la mano a entrambi e poi ha posato una mano sulla spalla di Marco per due secondi e ha detto solo: torna quando vuoi. È stato un gesto preciso, l'autorizzazione che ha dato senza farla pesare a nessuno. Marco ha capito. Ha annuito e basta.
Li abbiamo guardati allontanarsi sul viale di ghiaia, le biciclette che scintillavano della pioggia ancora addosso, finché non hanno svoltato sulla strada bianca e sono spariti dietro i ciliegi.
La punizione
Una volta rientrati Franco mi ha cinto le spalle. È rimasto così per un po', senza dire niente. Poi mi ha girato verso di lui e mi ha baciata. Non era il bacio della fronte di prima, era un altro bacio. Era il bacio con cui mi diceva adesso sei mia, senza bisogno di pronunciarlo. È una cosa che fa sempre quando un ospite se ne va e mi ritrova.
Siamo rientrati. La casa era piena del silenzio che resta sempre dopo che escono persone con cui sei stato bene, un silenzio che non è vuoto ma è una specie di eco. Franco mi ha presa per mano e mi ha portata in cucina. Sapevo già dove stavamo andando, lo sapevamo tutti e due, lo sappiamo da tanto.
Mi ha appoggiata col bacino contro il tavolo grande di legno. Mi ha sfilato i pantaloni di lino con due gesti, calmi, da uomo che non ha fretta di niente. Mi ha girata verso il tavolo, mi ha messo una mano in mezzo alle scapole e mi ha fatta piegare in avanti, finché la guancia non si è appoggiata al legno fresco. Conosco quel legno, l'ho scelto io quando abbiamo comprato la casa, è un castagno vecchio di un'ottantina d'anni che abbiamo recuperato da un fienile a Pavullo. Conosco anche le mani di Franco sopra di me, e le riconoscerei fra mille altre.
Si è preso il suo tempo. Franco non parte mai dall'arrivo, parte sempre da una carezza lunga sulla schiena, da una pressione sui fianchi, da un dito che mi cerca prima dove sono già bagnata e poi più dietro, dove invece bisogna chiedere permesso. È una cosa che facciamo da anni, e che facciamo proprio in queste situazioni, quando torniamo a noi dopo qualcun altro. Ha inumidito le due parti con un po’ di saliva, la sua grande cappella e il mio orifizio.
Quando è entrato, ho fatto la respirazione che ho imparato. Quattro tempi in, quattro fuori, e mi sono lasciata aprire piano. Non c'è niente di forzato in questa cosa, anzi è il contrario, è una resa che il corpo conosce se gliela chiedi con rispetto. Franco la chiede sempre con rispetto. Si è fermato a metà, e ho sentito il suo respiro pesante contro la mia nuca, ed era già eccitato in un modo diverso da come l'avevo sentito sulla poltrona, perché adesso non stava più accompagnando nessuno, adesso ero la sua, e basta.
Ha cominciato a muoversi piano, profondo. Aveva una mano sul mio fianco e l'altra che mi è risalita sotto la maglia di cotone fino al seno. Mi pizzicava un capezzolo con due dita, di tanto in tanto, una pressione che conosce bene e che mi fa quello che gli serve. Io tenevo le mani aperte sul tavolo di castagno, gli occhi chiusi, e respiravo come si respira nelle posizioni difficili dello yoga, dal ventre, lasciando andare ogni cosa che non serviva.
Lui mi parlava piano. Diceva cose che non ripeto a nessuno, cose mie e sue, di tredici anni di letto. Mi diceva quanto gli era piaciuto vedermi, mi diceva il nome di Marco, mi chiedeva se mi era piaciuto Marco, e io rispondevo sì, sì, e a ogni sì lui spingeva un po' più forte. È un gioco che facciamo, e che mi piace. Non è gelosia rovesciata, è il contrario, è una specie di celebrazione: Franco si eccita dei miei piaceri di donna, e quando torno a lui glieli restituisco così, raccontandoli col corpo invece che con le parole.
Sono venuta quasi senza accorgermene, in un modo diverso da quello di sopra, più sordo, più interno. Non ho gridato, non era una di quelle. Era una di quelle che ti svuotano da dentro e basta. Ho lasciato che mi venisse dentro mentre lo stavo facendo io.
Si è ritirato a un certo punto, mi ha tirata su per le spalle, e mi ha girata verso di lui.
Il non aveva perso nulla, come se non fosse nemmeno venuto. Era ancora durissimo ed eccitato. Sapevo già cosa sarebbe successo e quella cosa mi eccitava da morire.
Vieni qui, ha detto, soprattutto una di quelle parole basse e gentili che usa solo in queste circostanze. Mi sono inginocchiata sulle piastrelle di cucina, ho appoggiato le mani sulle sue cosce, e l'ho preso in bocca. Era già venuto nel mio orifizio posteriore, ma dopo poco è venuto di nuovo, dopo pochi colpi in verità, perché sì, perché vederci, sentirmi, finirmi, era stato troppo. Ho tenuto tutto e ho deglutito, come faccio sempre. È un gesto che amo, non per niente di particolare, ma perché è una promessa silenziosa che gli faccio: tu sei a casa, qui dentro, sempre.
Mi ha tirata su e mi ha abbracciata. Mi ha tenuta così per un po', mentre lui ancora respirava forte e io sentivo il mio battito che cominciava a rallentare. Poi mi ha baciata, una volta sulla bocca senza importargli del sapore, una volta sulla fronte come prima. Era tornato il marito del bacio sulla fronte, era già tornato.
Nei giorni successivi i nostri amplessi sarebbero stati numerosi e intensi, come quelli di quando eravamo assieme da poco, ma con l'esperienza e la consapevolezza di due adulti che sanno come godere insieme. Un copione piacevole...

Riscritto a 6 mani con Serena e Franco, ovviamente poi ho dovuto pagare pegno, ma cosa non si fa per scrivere un racconto. Una vitaccia proprio.
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